Il disagio infantile è strettamente correlato agli stili di attaccamento familiari. Relazioni familiari contraddistinte da maltrattamenti o abuso possono avere conseguenze sulla strutturazione di problematiche psicopatologiche infantili. Uno stile di attaccamento disorganizzato può causare un forte disagio psicologico sia nei bambini che negli adulti.
Alle radici del problema -
Come nasce il disagio individuale, come si struttura un rischio psicopatologico nell’età evolutiva, come si costruisce una personalità antisociale? Dove nasce la difficoltà dei bambini a stare con i coetanei, ad avere un comportamento socialmente adattivo? Negli ultimi anni sono sempre più frequenti situazioni in cui il disagio dei minori si esprime con comportamenti violenti, antisociali e con difficoltà di relazionarsi con i coetanei, spesso e volentieri si è portati a giudicare tali situazioni cercando le cause o nella mancanza di valori, o nella disfunzionalità delle famiglie, o addirittura nella disfunzionalità della scuola. Queste spiegazioni sono riduttive, schematiche e soprattutto non sono utili a una comprensione più profonda delle problematiche. Infatti se è pur vero che la famiglia costituisce il nucleo portante attraverso il quale si costruisce la personalità, è pur vero che le relazioni sono uno scambio costante e reciproco di contenuti emotivi. Inoltre questi contenuti emotivi vengono trasmessi da generazioni in generazioni: chi diventa genitore è comunque stato un figlio. L’idea è che comportamenti violenti, antisociali sono da ricondurre a particolari tipi di esperienze relazionali che hanno contribuito a organizzare la mente degli individui e la loro personalità, per cui esperienze relazionali di deprivazione affettiva, maltrattamento, fino all’abuso possono costituire i prodromi per una strutturazione patologica e creare una particolare vulnerabilità fino a sviluppare un disturbo psichiatrico soprattutto in presenza di situazioni stressanti.
I sintomi - L’osservazione nei bambini di alcuni tipi di difficoltà quali disturbi dell’attenzione, del comportamento (nei casi di comportamenti aggressivi), della regolazione delle emozioni (scatti di rabbia, di ira) scarsa capacità di socializzazione, sono degli indicatori di un disagio che può avere delle conseguenze sull’organizzazione della personalità nel corso dello sviluppo, da una generale vulnerabilità agli eventi stressanti fino alla costruzione di una personalità francamente patologica. Tale disagio è da ricollegarsi alle precoci esperienze relazionali dell’individuo. Esperienze dove le figure di accudimento, genitori o figure adulte significative, hanno un ruolo fondamentale, nell’aiutare il bambino a sviluppare le varie capacità di affrontare il mondo. In particolare la psicologa Mary Main, ha riassunto i seguenti principi:
L’attaccamento - Le relazioni di attaccamento svolgono una funzione importante sia per l’organizzazione delle esperienze di vita del bambino, sia per la costruzione e lo sviluppo della sua mente, nel senso che influenzano il modo in cui egli organizza i suoi stati emotivi, le sue percezioni, i suoi ricordi. Durante le prime fasi dello sviluppo, genitore e figlio si «sintonizzano» sulle sensazioni e le intenzioni dell’altro, e stabiliscono i legami che costituiscono per il bambino le prime forme di comunicazione interpersonale. Secondo gli studi di Mary Ainsworth (1978), affinché, le prime forme di comunicazione interpersonale, diano luogo a un attaccamento sano e sicuro è necessario che il genitore sia in grado di percepire gli stati mentali del bambino, e di rispondere in modo adeguato. Queste esperienze precoci di comunicazione reciproca permettono al cervello del bambino di sviluppare le capacità di regolare le emozioni, di mettersi in rapporto con gli altri, di creare una memoria autobiografica e di affrontare il mondo in maniera positiva. Questi processi prendono origine e sono alimentati dalle relazioni di attaccamento.
Il rapporto con le esperienze successive - I comportamenti di attacca mento durano per tutta la vita, in una dimensione dinamica e plastica. La «tendenza alla relazione» si configura come un vero e proprio bisogno, una necessità biologica dell’individuo. Soprattutto nei periodi di difficoltà si ricerca la vicinanza di alcune persone importanti, come il proprio coniuge, l’insegnante o l’amico di sempre, per ricevere da loro un sostegno emotivo o un consiglio. Queste importanti relazioni, successive a quelle familiari, possono svolgere una funzione trasformativa nel senso che un individuo con un attaccamento insicuro può modificare attraverso l’interazione, il suo modello interno e la sua capacità di entrare in relazione con l’altro. Quindi sebbene i modelli relazionali legati all’infanzia abbiano un impatto fondamentale sul nostro sviluppo, le esperienze successive continuano ad influenzarli, tanto che nuove relazioni o interventi terapeutici possono avere effetti positivi sull’evoluzione del nostro modello di attaccamento, sui processi della mente e sulla nostra identità. Determinati tipi di relazioni precoci di attaccamento favoriscono la regolazione emotiva, la competenza sociale, le funzioni cognitive e le capacità dell’individuo di reagire positivamente alle avversità. Un attaccamento sicuro nei primi anni di vita favorirà nel bambino la capacità di esplorare il mondo entrando in relazione con altri significativi, crescere e separarsi dal genitore in maniera sana; viceversa, un attaccamento problematico impedirà la costruzione di una base sicura e avrà effetti negativi sullo sviluppo dei suoi comportamenti, fino a comportare un rischio per il successivo manifestarsi di condizioni psicopatologiche.
Quattro tipologie di attaccamento - Tuttavia, dato che lo sviluppo è un processo che continua nel tempo, i bambini più grandi, gli adolescenti potranno crescere e cambiare, nonostante eventuali esperienze precoci non ottimali. Gli studi di John Bowlby, (1969), di Mary Ainsworth (1978), e di Mary Main (1990) hanno individuato e descritto quattro categorie di attaccamento:
Sicuro - L’attaccamento sicuro si costruisce attraverso un meccanismo di sintonizzazione affettiva tra il bambino e la principale figura di accudimento. La capacità del genitore di recepire i segnali trasmessi dal bambino permette a quest’ultimo sia di modulare il suo stato mentale del momento, sia di sviluppare una capacità di regolazione delle emozioni. Si costruisce uno spazio comune attraverso un allineamento emotivo, «uno stato di risonanza mentale» tra genitore e figlio in cui entrambi sperimentano, attraverso segnali spesso non verbali, la possibilità di alternare momenti di vicinanza emotiva a momenti di distanziamento. Un esempio importante lo troviamo nella fase di allattamento quando la mamma è capace di tollerare il ritiro del neonato dopo la poppata, sperimentandolo non come un rifiuto. Ciò dà modo sia al neonato che alla madre di vivere il movimento di ritiro come parte integrante della relazione. Con il tempo il bambino interiorizza tale relazione in un modello operativo di attaccamento che corrisponde in questo caso a un senso di sicurezza che gli permetterà di costruire quella che Bowlby definisce una «base sicura».
Evitante - L’attaccamento evitante si contraddistingue da una relazione nella quale i genitori mostrano comportamenti di trascuratezza o rifiuto, sono emotiva- mente distanti e insensibili ai bisogni del bambino. Questi genitori hanno una scarsa capacità di sintonizzazione affettiva e una scarsa capacità nella comunicazione non verbale. Il modello operativo interiorizzato del bambino si basa sulla sensazione che è inutile cercare la vicinanza della figura di accadimento, per cui egli si organizza riducendo le aspettative, i comportamenti e i processi mentali legati all’attaccamento, nel tentativo di ridurre per quanto possibile il senso di frustrazione.
Ambivalente o resistente - Nell’attaccamento ambivalente o resistente il genitore cerca di entrare in contatto con il figlio, senza però tenere presenti i segnali da lui trasmessi. Ne derivano atteggiamenti emotivamente invasivi, anche se non ostili. Questi genitori hanno una capacità discontinua di recepire il bisogno dell’alternanza di vicinanza/distanza del figlio, pertanto l’emotività del genitore interferisce con quella del bambino. Mentre nel modello evitante, il bambino impara a ignorare lo stato mentale del genitore, nel modello ambivalente egli viene spinto a una continua attenzione per le reazioni imprevedibili della figura di attaccamento.
Disorganizzato/disorientato - L’attaccamento disorganizzato/disorientato è caratterizzato da forme di comunicazione insolite e conflittuali da parte del genitore, il bambino non è in grado di organizzare delle strategie di adattamento definite, perché non può interpretare le indicazioni che gli vengono trasmesse; la figura di attaccamento è fonte di disorientamento o paura e non può essere utilizzata per cercare sicurezza o conforto. Questo tipo di attaccamento è spesso associato ad ambienti familiari gravemente disfunzionali in cui possono esse- re presenti forti conflitti, trascuratezza e maltrattamenti infantili.
Il contributo genitoriale - La capacità di un genitore di contribuire alla costruzione di un attaccamento sicuro o insicuro è legata alla propria esperienza di vita, in particolare al proprio stato mentale rispetto all’attaccamento, cioè al modo in cui percepisce, pensa e organizza le relazioni. Ne consegue che la componente di trasmissione transgenerazionale di stili di attaccamento, dinamiche relazionali, atmosfere emotive è quanto mai importante. In generale gli adulti che hanno sperimentato nell’infanzia atteggiamenti di trascuratezza emotiva e rifiuto da parte dei genitori possono mostrarsi poco sensibili rispetto ai bisogni dei loro figli, tanto da rendersi praticamente inaccessibili a relazioni interpersonali intime e coinvolgenti. Individui che hanno avuto genitori che manifestavano una disponibilità discontinua e imprevedibile, possono presentare un atteggiamento ansioso, incerto e ambivalente. Infine, genitori non in grado di elaborare dei lutti o gravi traumi passati potranno causare le condizioni per lo sviluppo nei figli di un attaccamento disorganizzato, che è la forma di attaccamento più problematica. In queste circostanze, i bambini possono manifestare, grosse difficoltà di interazione sociale, con atteggiamenti ostili e aggressivi nei confronti dei loro coetanei. Questa forma di attaccamento è collegata allo sviluppo di comportamenti violenti.
Scatti d’ira e violenza - Anche comportamenti violenti possono essere trasmessi attraverso le generazioni. Per introdurre il tema della violenza familiare è necessario comprendere come nella componente biologica delle relazioni affettive, la collera abbia un ruolo funzionale. Essa ha l’obbiettivo di proteggere una relazione significativa, quando questa è minacciata. Il bambino può protestare con un genitore per paura di essere abbandonato e similmente, una madre o un padre possono andare in collera se il figlio assume atteggiamenti rischiosi per la propria incolumità. Possiamo quindi considerare questo sentimento connesso alla relazione di attaccamento nell’ottica della sopravvivenza della specie. Tuttavia la versione distorta e amplificata di tale dinamica può essere una delle principali cause dell’emergere della violenza intrafamiliare. Essa infatti può risultare legata a un attaccamento non più funzionale. Cure amorose possono generare nel bambino aspettative positive rispetto ai suoi bisogni aiutandolo a diventare più fiducioso in se stesso, egli sa che gli altri potranno aiutarlo in caso di bisogno, mentre rifiuti o risposte infastidite potranno favorire l’emergere di un attaccamento predominato dall’ansia contraddistinto dalla paura che la figura di riferimento possa scomparire o non rispondere positivamente. In questi casi nel bambino potrebbe costruirsi uno schema interno conflittuale tra ricerca ed evitamento della figura di accadimento; in questo schema la collera costituisce l’emozione predominante. Un’altra variabile importante è costituita dalle minacce di abbandono che rendono il bambino sia angosciato rispetto alle fisiologiche separazioni, sia arrabbiato nei confronti di chi lo minaccia. La combinazione di minacce, rifiuti e atteggiamenti di fastidio rendono il bambino profondamente sospettoso di tutti e, sebbene bisognoso di cure e amore, convinto di non poterle ricevere.
Egli in questo modo può sviluppare atteggiamenti ambivalenti in cui si alternano comportamenti aggressivi e richiedenti. Nel momento in cui questo bambino, diventato adulto, sarà a sua volta genitore, potrà continuare a chiedere le attenzioni che non ha mai avuto, e reagire con ostilità e violenza, anche fisica, alle naturali e fisiologiche richieste del figlio, perpetuando attraverso le generazioni una modalità maltrattante. Nella maggior parte dei casi si hanno effetti sul piano psicologico quando il rifiuto, l’abbandono e il maltrattamento sono prolungati e ripetuti nel tempo. In questi casi le reazioni dei bambini si configurano in breve tempo in schemi di comportamento sociale stabili: essi si mostrano in uno stato di ipervigilanza e grande attenzione per quanto può succedere intorno a loro, fino a essere estremamente sensibili per gli stati d’animo del genitore, quasi come se fossero loro a prendersi cura di lui, rinunciando al loro essere bambini; d’altro canto sono sostanzialmente indifferenti, ma anche aggressivi, nei confronti dei coetanei perfino anche se sofferenti. Infine mostrano un estremo grado di ambivalenza rispetto alle figure disponibili verso di loro, tanto che anche un’eventuale psicoterapia può richiedere un notevole dispendio di energie.
Gli abusi sessuali - Mentre per le vittime di maltrattamento e trascuratezza può esistere la possibilità di un adattamento, attraverso l’adozione di comportamenti genitoriali, quindi rinunciando alla propria infanzia, per le vittime di abuso sessuale intrafamiliare, il compito non è così facile. In questa esperienza infatti, sono presenti vissuti sconvolgenti paradossali e inaccettabili. La vittima è stretta in una morsa psicologica legata al chiedersi il perché di ciò che ha vissuto. Mentre nel maltrattamento la risposta è «Non mi amano perché non valgo niente», nell’abuso è «Mi amano perché non valgo niente», cioè perché, essendo in partenza spregevole, sono il soggetto adatto alla scelta perversa del mio persecutore (Malacrea, 1998). La maggior parte dei casi di abuso sessuale comprendono una relazione significativa tra la vittima e l’abusante, l’effetto psicologico di tale esperienza è proporzionale sia all’entità del legame che al tempo necessario per far affiorare la rivelazione dell’evento da parte della vittima. Nella maggior parte dei casi la comparsa dei sintomi costituisce lo strumento che favorisce l’emergere di questi traumi. Quindi se l’abusante è un genitore l’esperienza traumatica avrà un peso ancor più insostenibile, con conseguenze ancor più gravi sul piano dell’identità personale. La vittima infatti vive sentimenti di impotenza, di tradimento, un crollo del proprio mondo interno, la paura che la propria immagine visibile all’esterno, possa essere giudicata nel caso di una rivelazione. Queste emozioni possono concorrere al mantenimento del segreto.
Il non detto - Il segreto è un aspetto fondamentale della dinamica inerente all’abuso sessuale, perché da una parte consente l’inizio e il perpetuarsi del trauma, dall’altra sembra configurarsi come una difesa per la vittima. Consente infatti di annullare il pensiero e il vissuto emotivo conseguentemente a un meccanismo di frammentazione e scissione in cui le emozioni dolorose vengono «tolte» dalla coscienza. Inoltre il bambino, attraverso il segreto, si allontana maggiormente dalle persone della famiglia che potrebbero proteggerlo e crea una maggiore complicità con l’abusante. Il segreto creerà un’alterazione delle naturali dinamiche fondanti buone relazioni familiari basate sulla fiducia, amplificando la relazione distorta, tuttavia potrà essere vissuto come il male minore.
Come uscirne - Nonostante questo la rivelazione è l’unica strada per uscire da una situazione così dolorosa, e rappresenta un processo molto complesso e delicato. A volte, infatti può diventare un’ulteriore esperienza di vittimizzazione: può accadere che l’altro genitore non accolga o non supporti emotivamente e fattivamente le istanze e le rivelazioni del figlio, che in quel momento è particolarmente fragile. Tale processo è molto sensibile alle reazioni del sistema, quindi è importantissimo che l’adulto protettivo si schieri chiaramente a fianco della vittima, gestendo dentro di sé tutti i sentimenti contradditori e a loro volta dolorosi che potrà vivere.
Le conseguenze - Successivamente alla rivelazione potranno emergere nella piccola vittima ulteriori sentimenti, come la rabbia nei confronti dell’abusante e anche del mancato protettore e il senso di colpa soprattutto se l’esperienza avrà stimolato un eccitamento sessuale. L’enorme portata emotiva collegata a esperienze di questo tipo lascerà dei segni indelebili che potranno manifestarsi con disturbi dell’attenzione, del comportamento e con una sintomatologia dissociativa che renderà questi individui particolarmente predisposti a sviluppare patologie.
La capacità di adattamento del bambino - In conclusione a fronte di un attaccamento problematico, il bambino mette in atto processi di adattamento all’ambiente, per cui se, ad esempio, i genitori non sono in grado di trasmettergli un senso di calore e di costante disponibilità emotiva, egli può adattarsi cercando in seguito di evitare rapporti che lo mettono in condizione di dipendere in qualche modo dagli altri. Nelle forme più gravi l’attaccamento insicuro aumenta il rischio di disfunzioni psicologiche e sociali. Ad esempio, la competenza sociale dei bambini che presentano un attaccamento evitante è compromessa da una grave difficoltà nei rapporti con i coetanei. Attaccamenti disorganizzati/disorientati potranno accompagnarsi talvolta a una sintomatologia dissociativa che renderà questi individui particolarmente inclini, nel caso di eventuali esperienze traumatiche successive, a sviluppare un disturbo post-traumatico da stress; inoltre si potranno manifestare disturbi dell’attenzione, della regolazione delle emozioni e degli impulsi comportamentali. A questa categoria appartengono bambini che subiscono abusi fisici, sessuali o emotivi da parte dei familiari.