Lo spazio di incontro: un’opportunità per figli e genitori di recuperare i legami compromessi

Esistono particolari momenti nel ciclo vitale di una famiglia in cui i minori sono loro malgrado coinvolti in vicende dalla portata emotiva così intensa e incomprensibile da comportare un vissuto molto doloroso. Tale vissuto risulta spesso associato alla temporanea, parziale o definitiva perdita di importanti legami affettivi.

Uno di questi è l’evento separativo che può essere affrontato, o preservando il più possibile  l’area genitoriale, permettendo così ai figli una sufficiente elaborazione emotiva dello “strappo coniugale”,  oppure, a causa dell’ eccessiva carica conflittuale della relazione di coppia, creando le condizioni per una rottura violenta della diade con conseguente allontanamento di uno dei due partner e la concreta possibilità che di tale allontanamento possa farne le spese  il minore.

 

Da tempo infatti gli operatori dei servizi sociali sono impegnati in situazioni in cui, a seguito di una separazione altamente conflittuale, i figli  perdono ogni legame con il genitore non affidatario con gravi conseguenze rispetto al  loro equilibrio e  ai loro bisogni.

Altre volte l’allontanamento del bambino da entrambi i genitori  si rende necessario in conseguenza di gravi incapacità accuditive e in  situazioni di abuso o maltrattamento. Ciò comporta  la sua collocazione  in affido presso un altro nucleo familiare  o nelle Case Famiglia.

Questi provvedimenti sono di pertinenza dell’Autorità Giudiziaria che  prescrive poi uno spazio per le visite del genitore non affidatario, o di entrambi nei casi più gravi, all’interno dei locali dei servizi territoriali e sotto la supervisione degli operatori. Ciò, tuttavia, può creare non pochi disagi al minore, sia per l’inadeguatezza di luoghi e competenze, ma soprattutto perché  allontanamento, separazione e riavvicinamento rispetto a figure significative rappresentano sempre  momenti di elevata potenzialità traumatica.

Perciò è fondamentale predisporre dei luoghi “dedicati”, degli spazi intermedi, gestiti da operatori appositamente formati, in cui gli adulti e i loro figli, o anche nipoti,  possano incontrarsi e ristabilire una relazione.

Lo Spazio di incontro è uno strumento concepito per il raggiungimento di tale scopo.

Una posizione “neutrale”

E’ importante evidenziare che lo Spazio di Incontro è indipendente sia dalla magistratura che dai servizi Sociali che seguono la famiglia, nel senso che ciò che viene offerto è uno spazio neutro un territorio in cui genitori in conflitto sanciscono una sorta di armistizio, oppure un padre o una madre lontani provano a riprendere un filo che non si spezza mai.   

Gli obiettivi riguardano la possibilità di permettere di stabilire o ristabilire la relazione con il genitore assente, affinchè il bambino possa situarsi nella sua storia ed in rapporto alle sue origini. La funzione principale dello Spazio d’Incontro è quella di garantire al bambino il diritto di mantenere relazioni personali regolari con entrambi i genitori, fatta eccezione quando ciò è contrario al benessere del bambino stesso (Convenzione dei Diritti dell’Infanzia O:N:U:, art.9).

Per quanto riguarda il conflitto genitoriale, spesso presente in queste situazioni, si valutano forme di intervento che hanno lo scopo di far raggiungere le competenze necessarie alla collaborazione genitoriale, indispensabile per il proseguimento degli incontri in maniera autonoma. Di questo tipo di intervento non si occupano gli operatori destinati a questo servizio, ma psicologi o mediatori familiari.

Un aspetto importante di questo spazio è dato dalla necessità di far sì che esso non sembri sbilanciato da una parte, dando quindi la sensazione ad un genitore di venire escluso da una coalizione (operatori del Centro/altro genitore) contro di lui. Spesso, infatti,  si tende a considerare il genitore affidatario come colui che ha meno problemi in quanto affidatario, appunto, del bambino. In conseguenza di ciò ci si preoccupa più di “curare” lo stato d’animo dell’altro genitore trascurando l’altra parte altrettanto bisognosa di essere accolta e supportata. Al fine di evitare tutto ciò e far sì che il lavoro dia i migliori risultati, è bene considerare uno spazio di dieci/quindici minuti da dedicare all’inizio e alla fine di ogni incontro, rispettivamente ad entrambi i genitori, in modo da accogliere le loro paure, i loro dubbi e le loro insicurezze. Così tutti i protagonisti della storia possono sentirsi parte di un progetto più ampio che mira a raggiungere il benessere di ognuno.

Aspetti metodologici

La richiesta per uno Spazio di Incontro avviene prevalentemente dai Servizi Territoriali che possono decidere autonomamente di attivare gli  incontri per  una situazione da loro seguita,  oppure dietro richiesta della Magistratura, nel momento in cui il Giudice ritiene necessario garantire il diritto di visita ad un genitore.

In questo caso, i Servizi Territoriali, ricevuto il dispositivo dell’Autorità Giudiziaria, definiscono gli obiettivi riguardanti la specifica situazione, indicando le aree e gli aspetti da osservare. Con un scheda di segnalazione predisposta, vengono fornite all’equipe del Centro, che si occuperà di organizzare gli incontri, le informazioni ritenute necessarie alla comprensione del contesto in cui avverrà il  riavvicinamento tra bambino e genitore.

La congruità del programma formulato, le aree di osservazione e le modalità organizzative vengono verificate e definite in una riunione tra gli operatori dei Servizi e l’equipe del Centro formata da psicologi, assistenti sociali, educatori e mediatori.

Può accadere, anche se più raramente, che la richiesta sia spontanea, quando entrambi i genitori riescono a riconoscere la necessità di un aiuto nel favorire un riavvicinamento o nel mantenimento di una relazione.

Lo Spazio di Incontro è un “contenitore”  relazionale protetto dove la presenza dell’operatore assume la funzione di sostegno emotivo al bambino e al genitore non affidatario facilitando il concretizzarsi delle condizioni per un incontro positivo, ma non di meno, come già evidenziato, si configura come un riferimento anche per l’altro genitore che non deve mai finire per sentirsi escluso. Ciò previene la possibilità dell’attivazione di dinamiche competitive nella diade genitoriale.

Gli incontri non avvengono immediatamente ma dopo un breve periodo di preparazione e di valutazione delle risorse genitoriali, quindi vengono fissati colloqui con genitori e figli per spiegare modalità e obiettivi  dell’intervento e per far conoscere il luogo dove avverranno gli incontri.

Questi momenti sono molto delicati in virtù della necessità di non attivare nei partecipanti atteggiamenti difensivi o poco collaborativi.

La stanza dedicata al bambino e al suo genitore deve avere il più possibile caratteristiche di un luogo familiare, con una cucina per potersi preparare una merenda, dei giochi e un televisore per poter guardare filmini o cartoni animati insieme. E’ un campo neutro che non appartiene ad alcuno dei contendenti e che, a poco a poco, può appartenere un po’ a tutti.

Nei casi in cui il dispositivo è relativo a situazioni che vedono coinvolte altre famiglie, come nell’affidamento familiare, la complessità aumenta ma i principi alla base dell’intervento restano invariati. Infatti si rende necessario collegare il lavoro sullo Spazio di incontro ad un progetto più ampio di sostegno alla famiglia affidataria proprio in un ottica sinergica piuttosto che competitiva.

Due realtà possibili

Una delle principali difficoltà è, come detto, quando prevalgono dinamiche esclusivamente competitive tra due genitori o tra un genitore non affidatario ed una famiglia presso la quale è collocato o affidato  il minore. Spesso si lotta per il riconoscimento di una identità. Un padre o una madre che hanno visto negarsi la potestà genitoriale o la semplice libertà di vedere il proprio figlio sentono come cancellata una parte fondamentale del senso di sé e questo li rende estremamente fragili, dall’altra parte, una famiglia che intraprende il percorso dell’affidamento vive questo come la missione del “buono” che compensa gli errori commessi da un “cattivo” che  deve rimanere tale per legittimare  l’importanza di tale atto. Ciò rende difficile la collaborazione tra le parti e crea uno scenario in cui il bambino è chiamato a vivere due realtà tra loro incompatibili.

Una conseguenza può essere l’instaurarsi di meccanismi di difesa di tipo dissociativo.

 (caso clinico): Realtà inconciliabili

Livia una bambina di 8 anni, è affidata ad una famiglia da circa tre anni,  in seguito a situazioni di maltrattamenti materni e di tossicodipendenza paterna. Il giudice ha predisposto degli spazi di visita, sia per il padre che per la madre, in momenti separati. Gli incontri della mamma con la figlia sono inseriti all’interno di un progetto di Spazio Neutro.

Al momento della presa in carico del caso, la madre non vedeva Livia da più di un anno, e non aveva rapporti con la famiglia affidataria che,  ignorando i progressi fatti dalla signora anche grazie ad una psicoterapia, la riteneva ancora pericolosa, assumendo un atteggiamento oppositivo riguardo a qualsiasi tentativo di riavvicinamento. Inoltre i rapporti tra i genitori di Livia erano anch’essi interrotti. Con tale configurazione la bambina doveva assumere un atteggiamento completamente differente a seconda di chi aveva vicino, denotando difficoltà a mantenere una continuità del suo senso di Sé. In particolare, con la madre naturale alternava momenti di intimità a momenti di provocazione, stimolati anche dalle richieste di conferma della stessa, oppure, se per un’ora aveva avuto un atteggiamento di grande scioltezza, questa svaniva improvvisamente all’arrivo del genitore affidatario, che di fatto sanciva una rottura nell’esperienza emotiva di Livia. Infatti il ritorno a casa,  veniva descritto dalla famiglia affidataria come pieno di nervosismo, tensione, capricci e incubi notturni, rinforzando così l’idea di un’influenza negativa della madre.

Con il tempo si è lavorato per creare un’area di “sospensione dei conflitti” facendo sì che, a poco a poco, queste due realtà inizialmente inconciliabili cominciassero a “toccarsi”. Il genitore affidatario, che quando accompagnava Livia rimaneva in un’altra stanza senza concedere alcun contatto, né verbale, né visivo con la madre naturale, col tempo ha iniziato ad entrare anche lui nello spazio neutro, prima senza salutare, poi salutando e, verso la fine del percorso, scambiandosi anche delle parole. Ciò ha avuto importanti ripercussioni su Livia che è divenuta via, via più spontanea e serena sia con la madre che nei “ritorni” a casa.

Tuttavia affinchè uno Spazio di Incontro funzioni non è necessario che le figure che ruotano intorno al minore siano obbligatoriamente in buoni rapporti, anche perché in alcuni tipi di separazione andare d’accordo non è semplice. Ciò che è fondamentale è che il bambino abbia la percezione che tali realtà affettive non si escludano vicendevolmente e che quindi possano coesistere nella sua mente.

Conclusioni

Nelle situazioni critiche come una separazione conflittuale o nei casi in cui un giudice decreti con una sentenza l’inadeguatezza delle competenze genitoriali, i protagonisti di tali vicende si ritrovano a vivere stati di profonda insicurezza e fallimento con poche prospettive evolutive. Lo strumento dello Spazio Neutro si propone, laddove è possibile, come un’opportunità di riscoprire risorse che si ritenevano perdute, per l’espletamento della funzione genitoriale. Nei casi più difficili resta, comunque, una valida possibilità di ripristino di importanti relazioni familiari.

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