Nelle esperienze sul campo un’elaborazione differenziata del processo di divisione
Intorno alla questione della casa coniugale si celano diversi modi di affrontare il distacco emotivo. Da una parte il conflitto che in realtà tiene i due partner legati, non abbastanza per riprendere la relazione, ma nemmeno troppo poco da poterla sciogliere; dall’altra un meccanismo di negazione del dolore che spinge i due ad accelerare “le operazioni” di separazione senza tuttavia averne elaborato tutti gli aspetti.
A tutto ciò corrisponde parallelamente un vissuto che riguarda i figli quando sono coinvolti in tali dinamiche, essi infatti, partecipano a tutti gli effetti ai cambiamenti che un evento di questa portata comporta. Anche per loro la casa rappresenta un “oggetto” fondamentale per la costruzione della propria esperienza e della propria identità e quindi la modalità con cui i genitori affronteranno questa fase critica del ciclo vitale della famiglia determinerà il modo in cui i figli percepiranno la dimensione del distacco e dell’appartenenza, e anche per questo la casa potrà avere una forte valenza simbolica.
Dei casi clinici ci aiuteranno a fare luce su come anche per i figli a differenti modalità di rapporto con la casa familiare, corrispondano differenti livelli di elaborazione del processo separativo. Iniziamo parlando di una famiglia composta da quattro persone, il padre A, la madre B, entrambi di circa quarant’anni e due figli C e D di 10 e 11 anni.
A e B stanno insieme da più di vent’anni e decidono di separarsi quando i figli hanno 5 e 6 anni.
La casa dei figli - Dopo un primo momento di fisiologica destabilizzazione e tensione, i due coniugi concordano di continuare a far stare i figli nella casa coniugale e di essere loro ad alternarsi in maniera totalmente equa e alla pari (un giorno per uno). Questa organizzazione viene sostenuta dalla figura della collaboratrice domestica che si occupa della spesa e della pulizia della casa compreso il cambio della biancheria, in modo tale da mantenere ben separati gli ambiti materni e paterni. La collaboratrice domestica si configura, perciò, come una sorta di mediatore in una situazione in cui la casa sembra essere quasi più dei figli che dei genitori. Essa inoltre costituisce per loro un punto di riferimento importantissimo in una fase in cui i figli diventano inconsapevoli osservatori non di una contesa, ma di un tentativo di gestire il distacco in modo graduale. Questa forma di adattamento nasce nella mente dei due partner con l’obbiettivo di proteggere i figli, ma in realtà può servire a loro stessi per congelare il tempo delle scelte definitive. Da una parte quindi, i bambini vengono protetti rispetto alle rappresentazioni del genitore buono e di quello cattivo, tipiche delle separazioni altamente conflittuali,ma dall’altra, vengono lasciati in una situazione non ben definita in cui possono manifestarsi delle fantasie di ricongiungimento dei genitori e una precaria stabilità. Non di meno i genitori rinunciano alla possibilità di costruirsi delle situazioni alternative laddove lo spazio fisico della casa stessa non appartiene a nessuno di loro due.
In questo caso si può osservare come tale fase di transizione porti con sé da una parte ambiguità e insicurezza, ma dall’altra la possibilità di proteggersi da un conflitto intenso e distruttivo e inoltre necessiti di un’ulteriore evoluzione.
A e B pensano di trovare la soluzione decidendo di vendere la casa per comprarne due più piccole, poco distanti tra loro.
Lo specchio - A questo punto i figli devono dividere la loro esperienza emotiva e fisica in due parti equivalenti. Da ora essi vivranno in due case, una di mamma e una di papà alternandosi con criterio scientifico nell’una e nell’altra. La casa viene a perdere per C e D quella caratteristica di stabilizzatore dell’identità e di unico punto di riferimento dell’esperienza familiare. Se da una parte continuano a essere protetti dal logorio della percezione di un genitore vincente sull’altro, essi tuttavia non possono legarsi, non possono mettere radici né da una parte né dall’altra, divenendo così delle «identità in viaggio ». C e D infatti sono costretti a vivere perennemente con le valigie o le borse, quella della palestra, della scuola o della piscina.
In questo senso la valigia diviene, paradossalmente, la vera costante della loro esperienza, la loro “coperta di Linus”, il punto fermo di una situazione in perenne movimento. Anche in questo caso il vissuto non è totalmente negativo malgrado la costante e continua dimenticanza di oggetti e vestiti nell’una e nell’altra casa evidenzi un inconscio bisogno di continuità e definizione. In questo caso si può osservare come a una difficoltà a separarsi da parte dei genitori, testimoniata da questa ricerca dell’organizzazione perfetta e della rigidità dello stesso modello organizzativo, si affianchi una difficoltà a legarsi da parte dei figli che sperimentano quanto può essere pericoloso affezionarsi a uno spazio fisico. In conclusione si può ipotizzare che una tale modalità di gestione del processo separativo, si configuri da una parte come un tentativo di sublimare il conflitto, con una ricaduta anche positiva sui figli, ma contemporaneamente come un procrastinare il momento del distacco vero e proprio derivante da una scelta più chiara e da un’organizzazione più flessibile. Infatti se attenersi a un rigido principio di equità del tipo 50 e 50 protegge i due ex coniugi dalle tensioni derivanti da un confronto più articolato dove non sempre è possibile mantenere un’organizzazione perfettamente speculare, dall’altra costringe i figli a sperimentare un’esperienza forse troppo rigida.
La decisione condivisa - Anna e Mario (nomi di fantasia) di 35 e 38 si rivolgono al servizio di mediazione familiare su suggerimento del giudice in fase di separazione consensuale. Nell’accordo di separazione presentato al giudice vi era un’evidente incongruenza essi, infatti, avevano stabilito di rimanere entrambi, anche se nella condizione di separati, a vivere nella casa coniugale insieme ai figli Flavia di 11 anni e Claudio di 7 anni (nomi di fantasia). Il giudice suggerisce di ridefinire l’accordo e rinvia l’udienza affinché Anna e Mario possano svolgere un percorso di mediazione familiare. Sin dalle prime sedute si nota la portata emotiva di quel tipo di accordo: arrivati alla decisione di separazione, né Anna, né Mario sono, però, pronti a lasciare la casa e allontanarsi dai figli. Anzi non hanno nemmeno esplicitato a questi ultimi la loro decisione, perché secondo loro, potrebbero soffrirne. Pensano comunque di adattarsi a continuare a vivere nella stessa casa, come del resto già da mesi, stanno in camere separate. Attraverso il percorso di mediazione Anna e Mario si rendono conto che la distanza fisica è necessaria per realizzare la separazione anche emotiva, ma quale potrà essere la migliore organizzazione? Per prima cosa danno insieme la comunicazione ai figli della loro separazione e sperimentano quanto è più importante una chiara definizione dei rapporti piuttosto che l’ambiguità nell’illusione di proteggere i figli dalla sofferenza della disgregazione familiare. Durante le sedute dimediazione gli ex partner hanno l’opportunità di prendere in esame le varie ipotesi per l’organizzazione futura. Rispetto alla casa coniugale si discute anche del valore simbolico che può rappresentare per se stessi e per i figli. Attraverso l’elaborazione della storia familiare Anna e Mario arrivano alla considerazione di poter cambiare i progetti rispetto alla casa, dove erano andati ad abitare da un paio d’anni, alla quale non si sentivano particolarmente legati,visto che la crisi di coppia era sopraggiunta da lì a poco.
Prendono in considerazione l’ipotesi di vendere la casa per comprare due appartamenti anche se più piccoli, ma possibilmente non lontani dall’attuale quartiere. Ciò affinché i figli possano mantenere lo stesso ambiente a livello amicale e scolastico, nonché parentale: i nonni materni vivono nello stesso quartiere e rappresentano una valida risorsa riconosciuta da entrambi. La decisione viene condivisa con i figli, Flavia vuole la garanzia di poter trasferire almeno in uno dei due appartamenti la sua cameretta, Claudio si mostra più eccitato, che dispiaciuto, della novità. L’accordo di separazione è pronto: la casa si venderà, si compreranno due appartamenti, i figli avranno la residenza presso la madre, l’affidamento è condiviso, come condivisa sarà la responsabilità di entrambi i genitori nella cura dei figli.
